I Racconti dell'Assenzio

Se vi va leggete sti racconti, ma badate: sono immune al capitalismo.
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Non ho un nome. Rinchiuso in una stanza blu, mangio funghi e faccio gru di carta di riso

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*loading* sono troppo pochi, cazzo!
giovedì, 18 settembre 2008

Facemmo quel che in gergo si chiama "amore"...

Facemmo quel che in gergo si chiama “amore”. Con un colpo di fulmine, che ci lasciò stesi e fumanti. Rabbrividii al mattino, nel dormiveglia ti avevo sognata in forma di istrice. Dolorosa, ma non per questo meno bella. La tua testa tra capo e collo, allungavo il braccio e stiravo le dita, per farle vivere. Non le sentivo più. Così intelligente, il tuo cervello cerbero del tempio corporale pesava molto di più del mio, molto più di tutti quelli che conoscevo.

Avevo in mente di dirti qualche cosa di triste, non so perché. Cosa faresti se ti dicessi che sto per morire? – Una cosa del genere.

Ce l’avevo sulla punta della lingua, una tentazione sul punto di scoppiare. Lo classificai come bisogno egocentrico di farti soffrire per causa mia, un eroico tenero dolore.

Non è un bel sentimento? - Ti avrei suggerito per alleggerire l’atmosfera. Ma tu avresti pianto ugualmente, incapace di credere alle mie parole, ma nemmeno di non crederci.

Avevo in mente di dirtelo, e l’avrei fatto, stanne certa. Se solo a tua voce non avesse interrotto il mio flusso di pensieri – Svegliati, stai russando come un maiale –

Liberai il braccio incancrenito, la tua testa scivolò sul cuscino aprendo a ventaglio i capelli.

Meglio così –

Meglio così, cosa? –

Niente, stavo pensando al tempo –

Passa veloce, vero? Però siamo stati bene – la tua voce da dietro i capelli, non ti eri nemmeno girata.

In senso meteorologico, meglio così, cioè che abbia piovuto. L’erba stava soffrendo –

Ecco, fu quel giorno che il nostro amore appena nato, già finì.

 

infilato da: bakan alle ore 13:19 | link | reazioni | commenti (2)
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martedì, 09 settembre 2008

I used to be a black man in Australia

esco dallo stanzino del computer che sono bello sballato. ho bisogno di una sostanza antagonista che mi stemperi la spossatezza del post emissione seminale. cristo, ogni volta che scopo o mi fanno una pompa, dopo mi sento veramente uno straccio. non riesco più a lavorare, cazzo. e in mattinata devo fare quasi un miliardo di fotocopie, diomolesto.

almeno ho già lanciato in stampa il pidieffe di una tesi sullo sfruttamento della prostituzione nei paesi del commonwealth.

ho chiesto a Celine di uscire un dieci minuti dopo di me chè non vorrei mai si scoprisse che mi diletto con le clienti durante l'orario lavorativo.

vado alla macchina numero 5 e controllo le dispense del Professor Boltzmann. vanno in fronte e retro per sette copie rilegate a spirale. i ragazzi passerebbero a prenderle per le undici antimeridiane, sempre che qualche fottuto ed inutile foglio non si inceppi e mi mandi a puttane le lezioni sulla pratica dell'orgasmo prostatico all'interno delle culture indogiudaiche.

frugo nel cassetto sotto il bancone. nel contenitore degli elastici dovrei aver nascosto una grammata di vellocet, la panacea per il down adrenalico aftercoito. stranamente non riesco a trovare un cazzo e tuttosommato non me ne stupisco: il mio capo è giusto il tipo che esagera con speed, anfe ed eccitanti vari. del resto l'avevamo comprata in societas e non mi pare carino attaccargli le pezze perchè manca un po' di roba dal cassetto delle felicità in polvere. vorrà dire che la prossima volta offrirai tu, Boss.

spulcio l'agenda. come pensavo il mio datore di lavoro mi ha lasciato scritto tutto su un post-it giallo itterizia. ci sono addirittura dei quadratini carinissimi di fianco a tutte le cose che devo fare. mi basta fare una spunta e so sempre cosa mi manca e cosa no. il mio capo è un tesoro.

la 5 mi va avanti in scioltezza e leggo che la prossima cosa in programma è una illegalissima copia di Cubiste I, un corso che credevo facessero solo allo IULM e che invece fanno pure allo SUISM. ergo, tiro fuori dallo scaffale il master - che non sapevo avessimo, ma che il Capo mi ha gentilmente reso riconoscibile con uno dei suoi foglietti adesivi - e lo infilo alla 2. do un occhio all'agenda e sotto, accanto ad un altro quadratino che si unisce al primo con una freccina paffuta, leggo: "x 1 rilegato a caldo". bueno.

un ragazzo con le cuffiebianche tipiche dei nuovi walkman senzanastro si avvicina alla cassa con in mano un plico di volantini stampati su carta verde. il contatore segna 50 e la carta colorata prevede un junta al prezzo di base. gli faccio lo scontrino, prendo i soldi e lo saluto. se la 1 si è liberata posso passare al prossimo punto: diritto perianale. non so di che facoltà sia, ma va che è un piacere.

mi giro verso lo stanzino e Celine se n'è già andata. noto che la stampa delle puttane sfruttate nell'impero britannico è in bell'ordine sul tavolo del pc con sul frontespizio un bel bacio in rossetto viola e di fianco una faccina che sorride. devo ristampare la pagina, ma è un gesto tanto tanto carino. ripiego il foglio in quattro e me lo metto in tasca. basta poco per essere contenti. e le donne hanno questa strana capacità di renderti felice con le piccole cazzate.

la 5 ha smesso di fare casino. prendo i fascioli e mi metto sotto a rilegare. è un lavoro un po' ripetitivo, ma se voglio mettere sul post-it una bella X dentro al quadratino del boss, bhè, lo faccio più che volentieri.

guardo l'orologio a parete e sono solo le dieci. mi dico che c'è tutto il tempo di una bella sigaretta di trinciato inglese. prima però ritiro dalle fotocopiatrici Cubiste e Diritto Perianale e metto le crocette. dopo la paglia ricordatemi solo che devo ancora rilegare a caldo. ma non Diritto. che giustamente è più fruibile in fogli volanti. però, prima di andare a fumare, faccio scaldare la colla.

esco dalla copisteria e mi arrotolo la svaporita. è giusto il tempo del cambio ora in università. ovvero della pausa caffè. ed infatti il bar si riempie di ragazze e delle loro tracolle di hellokitty.

amo questa città anche solo per il carico di fica che si porta dietro.

qualcuno entra in negozio. è la solita brava ragazza che corre subito a fotocopiare gli appunti per le altre che, poverine, non erano a lezione, visto che se ne stavano avvitate al serpentone nero degli studenti erasmus giamaicani. alcune di loro si sono avvitate anche al mio pitone albino in cambio di qualche lavoretto gratis, ma è stato tanto tempo fa. ora faccio le fotocopie solo per Celine.

"Uedra, ti lascio i soldi sul bancone!"

"va bene, cara!", urlo da fuori.

"Ciaooo!!!", fa la semprevergine mentre esce correndo per andare a lezione.

la saluto con la manina e intanto penso che è davvero un'ingiustizia che una ragazza tanto gentile pari il culo ad una troja la cui unica occupazione è farsi inculare da un erasmus mezzo alternativo con le treccine. io suono il didgeridoo, questo fa di me un maschio alfa con cui accoppiarsi per aumentare il proprio prestigio sociale in facoltà? cristo...

rientro. prendo le monetine, le metto in cassa e faccio lo scontrino lo stesso. il Capo è fissato con ste cose fiscali. "lo scontrino SEMPRE!", dice.

mi ha dato delle regole, il Capo. "uno: niente relazioni sessuali con le clienti e con mia moglie; due: fare sempre lo scontrino; tre: non si fuma in copisteria; quattro: pochi lavori alla volta sennò ti confondi; cinque: niente relazioni sessuali con le clienti e con mia moglie". mezza uno e mezza cinque non le ho rispettate. ma tutte le altre sì. perchè voglio bene al mio capo e perchè l'Agenda ha cominciato a scriverla per me. così riesco a fare bene il mio lavoro.

prendo la copertina fumante di colla, spillo Cubiste I e metto tutto quanto insieme. faccio una croce e contiuo con le spirali.

il giallo mi piace un sacco e le fotocopie del Boltzmann le rilego tutte con un foglio di cartoncino pesante dietro e un foglio di plastica trasparente davanti. tutto color limone. le spirali ce le ho solo blu e questo, purtroppo, mi rende parzialmente insoddisfatto del mio lavoro. appeno finito le metto sotto il bancone e passo di nuovo all'agenda. in lista rimangono solamente due cose: mettere a posto lo scaffale delle dispense e il pdf delle puttane. metto una croce e mi dedico allo scaffale.

lo "scaffale" è un qualcosa di mezzo autogestito dagli studenti che vengono da noi a fare le fotocopie. ci portano gli appunti o i libri e noi facciamo quelli che il Capo chiama "i master". gli appunti nello scaffale in bella vista e divisi per facoltà e professore mentre i libri rigonorosamente nascosti nello stanzino dove scopo con Celine. ogni tanto capita che si incasini un po' lo scaffale e tocca a me rimetterlo in ordine. non è un lavoro difficile. dopo un po' impari a memoria dove va ogni cosa.

il telefono sul tavolo comincia muggire vibrando. "mmmmh! mmmmh!". è un messaggio del Capo: "dimenticavo. le puttane per due". corro nello stanzino. ho ancora il file aperto. mando la seconda stampa e col cellulare rispondo "X" al Capo.

già che ho finito tuttoquanto posso dedicarmi alla gestione facile facile del viavai ordinario della copisteria. faccio qualche soldo e immortalo la cifra sulla carta termica della cassa, guardo un po' di culi e penso a prendermi la mia sbronza quotidiana grazie alla fiaschetta di latta che tengo nel tascone sinistro dei pantaloni militari.

alle undici passano i ragazzi a prendere gli spiralati gialli. intasco el dinero mentre lo scotch mi ottenebra il gulliver. mi viene in mente solo una parola a riguardo: poderoso. il brutto è solamente che il bere porta sempre a fare qualche cazzata inaspettata. ma lo controllo, ragazzi. lo controllo, diobono. fidatevi di me. per sette once non è mai morto nessuno. e poi non esiste una regola numero sei che dice di non bere a lavoro. nel pentalogo si parla solo di fumo.

il frastuono delle fotocopiatrici mi fa entrare il cervello in piena fase theta. è abbastanza strano, ma sento distintamente che le frequenze binaurali provocate dalla 3 e 4 si aggirano attrono ai sei barra sette hertz. chesballo.

verso mezzogiorno e alla sesta oncia mi arrivano due tipe probabilmente del nuovo corso di fellatio della prof.ssa Marziale. dovremmo pure avere qualche dispensa nello scaffale.

le ragazze mi colgono di sorpresa mentre cerco di finire scompostamente la fiaschetta e conseguentemente l'ultimo briciolo di umanità che mi resta.

"scusa, ci hanno detto che per Fellatio V dovevamo venire da te. tu sei Uedra, giusto?"

beccate. modestamente, di pompinare non me ne sfugge una.

"sono io. dovremmo averle qui. fatemi dare una controllata" e mentre lo dico, barcollo verso lo scaffalone degli appunti. cerco di non mollare ma è veramente dura. "Professoressa Marziale, giusto?"

"sì"

mentre le cerco lo sguardo mi si sofferma sul solco tra i seni di una delle due. la moretta. e sogno di essere in Spagna.

"abbiamo qualcosa. cercate un po' voi, ragazze. abbiamo Fellatio I e II di sicuro, chè le ho viste poco fa. Fellatio V non lo so. se nessuno ci ha ancora portato gli appunti lo vedo duro. dura, cioè".

le fichette spulciano un po' sul mobile svedese. "trovato!", fanno all'unisono, "ce ne faresti due copie?"

"claro que sì" e interrompo la Binaurale di Venezia dando in pasto alla 4 il quinto modulo di "Tecniche di Fellatio". è un esame della specialistica, sapete?

non ve lo immaginereste mai, ma sono conquantacinque fogli fronte e retro. il corso intero. sticazzi.

"e ce le rilegheresti, anche?"

"tutto quello che volete, ragazze"

mentre la macchina numero quattro si sgranocchia il fogliame facciamo quattro chiacchere. si chiamano Charlotte e Marie e, udite udite, non sono di qui. sono venute nella città granata dal posto dove gioca il Genoa. e al mio cervello dilaniato dal malto basta fare due più due per buttare in mezzo alla conversazione un distratto: "lo sapete che suono il didgeridoo, ragazze?"

"oh, davvero?", mi fanno loro, immaginando che se il ragazzo delle fotocopie che conosce tutti in facoltà fosse anche straniero guadagnerebbero un bel po' di crediti figa nella società a punti che è l'università.

"eh, sì", rispondo, "è perchè sono mezzo australiano"

"ma dai?"

sarebbe ora della botta finale, della zampata del gatto, ma per sta roba 'spettate che finisco di rilegare.

"sarebbero 26 dobloni ciascuna"

"oddio...", fa Carlotte, "non so se ce li ho..."

"eh. nemmeno io" controcanta Marie.

ovvio che il prezzo è dannatamente gonfiato. lo scotch ha un piano tuttosuo.

"non mi dite così, dai. come faccio io col Capo?"

passano interminabili secondi fatti di ragionamenti di cervelli femminili e variabili da considerare come strumenti musicali etnici e nazionalità extraeuropee. se io fossi in loro un pensierino ce lo farei anche, neh. inoltre io conto sul fatto che la voce si sia anche un po' sparsa in facoltà. che almeno un pochino sia trapelato che Uedra accetta anche pagamenti di natura diversa dal vil denaro.

ed infatti così è perchè Marie e Charlotte cominciano a guardarmi con quella faccia che dice non sei male, i soldi io non ce li ho e quasi quasi mi pago le dispense a colpi di clitoride. ma è anche così che sono un gran bastardo. e che la cosa mi crea un po' di sensi di colpa con Celine. cazzo.

il Capo dice sempre: "trovati una ragazza carina. che sia dolce e che ti renda la vita un po' meno dimmerda di quella che è. e soprattutto non scopare in negozio e con mia moglie"

"spettate, ragazze. facciamo così. i soldi me li portate domani, eh?".

e vaffanculo all'Australia.

mentre se ne vanno non le voglio nemmeno vedere, diopovero. penso a fare lo scontrino giusto e basta. e dannazione per stamattina metto una mezza croce anche su mezza uno e mezza cinque.

infilato da: uedra alle ore 23:24 | link | reazioni | commenti (20)
categorie: racconti, assenzio
venerdì, 11 luglio 2008

Inversione (a U) dei ruoli

Matteo finiva sempre dietro la lavagna, messo in castigo e accusato di ostinata maleducazione. Perché alla stessa domanda dava sempre la medesima risposta.

Come si chiamano i tuoi genitori? –

Mio padre si chiama Gloria, mia madre Mauro – e così raccontava anche nei temi, così rispondeva pacatamente a chi glielo chiedeva. Concludeva la sua giornata sempre dietro la lavagna, sempre in castigo.

Quando la smetterai di prendere in giro le maestre allora tornerai al tuo posto. Così offendi anche i tuoi genitori. -

Matteo si grattava l’anca con unghiette taglienti che lasciavano incroci di pelle graffiata e non sapeva più cosa dire. Non cercava nemmeno di controbattere, perché ripetere quello che per gli altri era una bugia aveva scoperto essere ancora più pericoloso. Certe volte, volavano ceffoni e facevano male.

Dallo psicologo della scuola ce lo aveva mandato la preside, un giorno che pioveva forte e che i suoi genitori erano stati informati con una lettera che Matteo aveva consegnato a mano. C’era lo zio a rappresentarli, perché tutti e due erano fuori per lavoro e proprio non ce l’avevano fatta a tornare in tempo. Zio era uno che non amava le scuole, ma adorava le maestre. Zio non aveva un nome vero, per quanto ne sapesse Matteo, che lo aveva sempre e solo intravisto passare da casa loro, mangiare e sonnecchiare sul divano. Era un fratello della mamma, questo lo sapeva, ma più di così non aveva scoperto.

Mentre lo psicologo introduceva l’argomento, Zio per tutto il tempo si ostinò a guardare le ginocchia della maestra, rotule grandi ma ben fatte, che non mostravano segni di operazioni al menisco. Carne scura, abbronzata, che Zio guardava come fosse un piatto di pasta fumante.

Si parlava di dislessia parentale, una disfunzione rara, scolpita su qualche trafiletto dei trattati di medicina. Si capiva che nessuno era ferrato sull’argomento, nemmeno lo psicologo che sembrava ripetere quanto stava leggendo sul libro, senza capirne il significato.

“mmh…Dislessia parentale, ovvero disabilità ad elencare vocalmente i propri genitori, i cui ruoli vengono invertiti (segnalato unico caso di mancato riconoscimento vocale di parente acquisito e di cugino di secondo grado – Inghilterra fine XIX secolo). Difficoltà derivata da deficit nella componente fonologica del linguaggio, si attribuisce a scarsa istruzione scolastica. La dislessia parentale può sfociare in perdita di autostima, apatia, sindrome di Bunst…”

Che sarebbe la sindrome di Bunst? – chiese la maestra, accavallando le gambe. Zio mugolò, portandosi le mani alla bocca.

Lo psicologo spostò il dito più avanti, facendo scorrere le pagine e mormorando – Bunst…Bunst…Bunst…ah! Bunst! Sindrome di, disordine mentale profondo, incapacità di organizzare pranzi di famiglia, banchetti e ricorrenze relative alla propria cerchia famigliare. I soggetti affetti da Sindrome di Bunst tendono a dimenticare gli appuntamenti dati ai parenti, interagendo in modo violento e irritante. Casi estremi hanno segnalato casi di tentato parricidio e matricidio…misericordia, che orrore –

E quindi? – disse la maestra

Quindi è probabile che il bambino sia un dislessico parentale, no? –

Non so, il medico è lei –

No, io sono solo uno psicologo, le ho ripetuto quello che ho letto –

 

Zio non aveva ascoltato una sola parola di quanto si era detto, impegolato nella ricerca di ogni dettaglio nascosto tra le gambe della maestra. Così tornarono a casa e quando la mamma chiese il responso, Zio si limitò a scompigliargli i capelli e a dire – Matteo è sanissimo, comunque sicuramente meno pazzo dei suoi genitori –

Zio, smettila. Resti a cena? –

Grazie sorella…fratello…come diavolo devo chiamarti? –

Mauro va benissimo, direi che basta e avanza –

Sai, da quando voi due vi siete regalati l’operazione per cambiare sesso qui dentro è tutto un casino. L’idea poi di scambiarvi anche i nomi è stata grandiosa –

E’ perché ci amiamo, ci sembrava grottesco inventarne di nuovi. Dopotutto siamo sempre Mauro e Gloria, Gloria e Mauro. Invertendo gli addendi il risultato non cambia. Geniale, no? –

Assolutamente, solo che a Matteo si sono incasinati i ruoli –

Non è vero. Quando ci regalammo l’operazione aveva sei mesi. Dal momento in cui ha cominciato a ragionare da solo ero già diventato un maschio. Gloria poi ha avuto sempre i piedi grandi, fisicamente lo sforzo è stato minimo –

Ma sa tutto, no? –

Certo, noi siamo per la sincerità -

 

Matteo, seduto sul divano accanto alle tozze e muscolose gambe di mamma, accese il televisore, impossessandosi del telecomando.

“Mamma, cosa cucina papà stasera? –

Gloria, avvertendo un prurito sottocutaneo, cercò di grattarsi dove un tempo avrebbe trovato i testicoli. Tastando la pelle liscia sorrise dolcemente.

“Mah, Matteo. Lo sai che tuo padre non è mai stato tanto bravo in cucina. Casomai ordino una pizza al ristorante. Ti va?”

“Altroché. Esci anche stasera mamma?”

Zio entrò in salotto, Mauro con il grembiule già legato ai fianchi snelli, gli sorrise – Ma come Matteo, non ti ricordi? Tua mamma stasera si gioca la finale di calcetto e non può mancare. E’ l’unica donna in una squadra di soli maschi. Ci facciamo un figurone –

Zio sprofondò sul divano, facendo sobbalzare Matteo con il suo peso. – Toh! – gridò – un topo! –

Mauro strillò, salendo sul tavolo. Gloria cercò la solita scopa acchiappa-topi, Zio rise di gusto, Matteo non ci capì nulla. Come al solito.

infilato da: bakan alle ore 12:39 | link | reazioni | commenti
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venerdì, 04 luglio 2008

Surfing with the -

stasera è una serata un po' del cazzo. non so, ma se fossi una ragazza come potrei esprimere i miei sentimenti? mi sento così giù, vorrei essere apprezzata per quello che sono veramente, per quello che valgo veramente. sono così insicura ultimamente... e le mie amiche sono tutte così stronze...
ma siccome ho l'immensa fortuna di appartenere al sesso maschile potrei riassumere così il mio stato d'animo: mi girano vorticosamente i coglioni perchè l'Inter ha mandato a fare nel culo la coppa dei campioni.
per smaltire la rabbia scendo giù ai giardinetti e mi accomodo su una panchina con una Moretti calibro 666 ed un chiloom da stampare in religiosa solitudine. lo so che il devasto è dietro l'angolo ma è proprio a questo che serve il morettone. l'italico liquido ambrato la cui origine si perde agli albori della creazione avrà il compito di rimettermi in sesto gola, muscoli e cervello.
sono un'onanista della cannabis ed il Tubo, che ho battezzato nostalgicamente Stalin per l'assoluto autoritarismo con cui mi tratta, dovrebbe in teoria lenire il male al cuore che mi prende ogni volta che all'Internazionale va così dimmerda.
tiro fuori la patente dal portafoglio, la apro ed una lacrima nerazzurra scende sul santino di Beppe Bergomi che tengo gelosamente custodito tra le facciate del documento. sulla foto della carta di identità ho messo Adriano che esulta a torso nudo, ma non mi sembra poprio il caso di piangerci su; l'Imperatore non mi merita.
do a Stalin una fiamma.
do a Stalin la mia bocca.
do a Stalin mezzo polmone.
e Stalin prende tutto, quel gran figlio di puttana antilibertario.

sento un flusso di energia cannabinoide che m'invade l'anima. e mi atterisce la voglia di chiamare l'ospedale per prenotare una barella. perciò è l'ora della 666.
faccio saltare il tappo con l'accendino con l'indimenticabile mossa detta poderous lighter combo e, riposto lo Stalin nella tasca del giubbotto senza manco averlo pulito, mi accingo a bere un sorso della mia birra preferita.
sono lì lì per sciacquare via tutto l'inferno che ho in gola quando comincio a sentirmi veramente strano.
quando fumo mi vien sempre la scimmia che tutti mi guardino o che se chiudo gli occhi riesco a vedere lo stesso attraverso le palpebre, ma a sto giro è troppo diverso. il suono del didgeridoo non l'avevo mai sentito! d'accordo che le allucinazioni uditive non sono così infrequenti e che il telefono che squilla l'abbiamo sentito tutti anche da sani, ma il suono di un aborigeno che soffia dentro un tubone di legno, quello mai.
"Cristoproletario", mi dico, "sembra il suono dell'Apocalisse". e comincio a godermi quella musica ipnotica che proviene dalla mia mente dissociata come un docile dingo australe.
la cosa che però mi fa strippare è che la musica si fa sempre più vicina e sono praticamente sicuro che le vibrazioni si propagano secondo una spirale il cui raggio s'accorcia con una costante di tempo che più dolce non si può.
la spirale armonica si fa sempre più vicina ed il didgeridoo fantasma suona sempre più forte. una goduria, ragazzi. veramente.
ascolto, bevo la mia birra. mi arrotolo una paglia. i problemi della mia squadra non esistono più.
poi, all'improvviso, mi colpisce un fascio di luce giallastra. svengo mentre la Moretti eiacula schiuma sul legnoverde della panchina.

"il soggetto ha una mente imperscrutabile"
"inserisci meglio la sonda. un errore di posizionamento talvolta può portare ad una misurazione poco chiara"
"ora riesco a captare i pensieri del soggetto"
"singolare... il diagramma d'onda dice chiaramente che il soggetto ha il tessuto mentale formato da esaedri regolari a a sei colori"
"entità sinistre affollano il suo cervello"
"sembrano scimmie"
"confermo"
"stimolare con onde blu"
"il soggetto non reagisce. aspetta. gli esaedri acquistano una dimensione diventando ipercubi"
"incredibile. i primati si organizzano in schemi frattali"
"..."
"esemplare interessante"
"e che cazzo!" (questo sono io)
"il soggetto è sveglio!"
"porcaputtana..." (ancora io)
sono completamente nudo, legato mani e piedi ad una specie di tavolo operatorio. e la sonda di prima, che lo so che speravate me l'avessero ficcata su per il culo, non ce l'ho nel deretano purtroppo per voi. me l'hanno infilata nel naso, quei grandissimi stronzi. e vi garantisco che fa un male della madonna.
non mi chiedo nemmeno dove cazzo sono. perchè lo so. mi hanno rapito i nazisti. ne sono certo. sicurissimo.
mi guardo intorno cercando di capire quanti ariani sadici ed assetati di sangue siano in quella che credo sia una pseudostanza della morte, ma la sonda mi impedisce di muovere la testa. cazzo. che situazione della minchia. nudo alla mercè di un manipolo di schizzati teutonici. diosilvio...
"non abbiate paura, il soggetto è immobilizzato"
"immobilizzato un cazzo. ti sfido, crucco dimmerda, ti sfido. vuoi vedere che mi libero in tempozero? tu prega solo che non ci riesca, figlio di troia. spera solo, perchè tra poco la mia vendetta calerà su di te con furiosissimo sdegno"
mentre dico tutto sto gran groviglio di cazzate faccio forza contro i bracciali che mi immobilizzano al tavolo. coi nazi non si può mai sapere. sicuro come la fame che non hanno preso le più elementari misure di sicurezza. mai mettersi contro un rude boy, fratelli.
e infatti.
e infatti mi hanno legato male. l'ultradestra, si sa, fa proselitismo tra i cervelli ultrapiccoli.
riesco a liberare un braccio.
"ah!", sembra una voce femminile. ma è davvero strana. stranissima.
"presto un sedativo!!!"
"prestoooo!!!"
prima che chiunque possa fare qualunque cosa, col braccio libero mi tiro via la sonda dal naso. un male cane, cazzarola. un fiotto di sangue schizza ad un metro di distanza. diobono che male fottuto.
slego l'altro braccio e finalmente riesco a tirarmi su.
ed è ora li posso vedere in faccia. le loro belle facce da cazzo ariano...
oh, no... davanti a me ci sono dei nazisti piccolissimi!!!
aspetta, non è che pocopoco sono... impossibile.
eppure più li guardo più il sospetto mi viene.
in effetti proprio umani non sembrano. però non sono poi così brutti per essere degli alieni.
mi guardo intorno. li conto e sono in tre. tre piccoli extraterrestri carinissimi ma allo stesso stronzi da fare schifo.
loro mi guardano. io li guardo. ci guardiamo tutti. nessuno ha il coraggio di fare nulla.
rompo il ghiaccio io. libero le gambe e scendo dal tavolo di metallo. i piccoli E.T. sembrano paralizzati. poi quello che sembra essere il capo corre verso di me con in mano qualcosa che ha tutta l'aria di essere una pistola o qualcosa del genere. il problema è che il tipo è talmente minuto che ci metto un secondo a stenderlo.
gli altri due emettono una specie di strillo ed è allora che con un po' di anatomia comparata scopro una roba interessantissima. il tipo che ho buttato al tappeto con un pugnetto ben dato sembra proprio un maschio. fisico androgino, ma tuttosommato assimilabile ad un essere di sesso maschile. così, tanto per esser sicuro, gli strappo di dosso quella stupida tutina da ballerino che indossa e controllo. quello che vedo è una conferma. l'alieno è dotato in effetti del muscolo dell'amore.
mi giro verso gli altri due e sia l'anatomia che il pensiero aristotelico mi vengono in aiuto: le due personicine terrorizzate in tuta scintillante sono delle ragazze!
viso grazioso, tettine sode. gran bel corpo in quei vestitini attillati. pelle traslucida che sembra trasparente. sicuro come il fatto che lo Zio Bergomi era fortissimo quelle sono due topine dello spazio profondo.
mi avvicino e loro non riescono nemmeno a muoversi dal terrore. cerco i miei vestiti, li trovo e mi rivesto.
faccio per dire "brutte puttane riportatemi a casa", ma sticazzi mi esce dalla bocca forse la frase più bella che io abbia mai detto: "mi dovete uno stupro".
ed è così che ne prendo una (che pelle morbiba...). lei cerca di sottrarsi ma non c'è proprio un cazzo da fare. mi spiace. sono più forte di te, l'ometto di casa è fuori combattimento e cominci davvero ad arraparmi. vedi tu.
quello che è successo dopo è inutile che ve lo racconti. lavorate di fantasia. e non mi dite che un film porno di fantascienza non l'avete mai visto.
sappiate però che è stata veramente una grandissima doppietta. ho avuto anche l'idea di farmi il maschietto, ma ho preferito farmi la seconda con le due Barbarelle. 
comunque ho ripreso tutto con il cellulare. il video lo trovate su YouTube.

infilato da: uedra alle ore 10:20 | link | reazioni | commenti (12)
categorie: racconti, deliri, assenzio
mercoledì, 20 febbraio 2008

Memorie visive di un paralume: l'ubriaco

Mi sento un contenitore vuoto. Se il buon Dio soffiasse aria dentro la mia brutta bocca spalancata, emetterei un fischio da bottiglia. Fuuuuu!!..e giù a ridere da solo, nell’immenso e silenzioso Creato. Ho bevuto Jameson fino a farmelo uscire dalle orecchie. E’ sorprendente quanto ne sia ghiotto e come non provochi alcun problema di stomaco. In lui qualche cosa di chimico che crea dipendenza, oppure la mia assoluta immobilità è talmente recettiva dei suoi componenti da rendermelo indispensabile.

Al solo pensiero di rimanerne senza mi sento morire. Occhio da squalo, che si chiude un secondo prima di appoggiare le labbra al bordo e poi mordere il vetro, strappare con i denti l’etichetta, tagliuzzarsi il labbro inferiore con i resti del tappo strappato male. Sarei l’ennesima  potenza della potenza, ma non ne ho voglia. Capisco certi supereroi che rimangono nell’ombra piuttosto che apparire in pubblico. Meglio dormire in calzamaglia argentata, piuttosto che prendersi i complimenti con l’ascella sudata. Fanculo tutti. E che qualcuno mi passi il Jameson.

infilato da: bakan alle ore 15:21 | link | reazioni | commenti (4)
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lunedì, 03 dicembre 2007

Labbririnti...

Se tu non lo avessi chiamato solo “un bacio”, perché lo sai, era qualche cosa di più. Ti avevo avvolto con le mie labbra in un abbraccio. L’avevo chiamato Labbraccio, tutto attaccato. Se ti era piaciuto? E chi può dirlo. Fuggisti via con il mio libretto al portatore prima che potessi dirti che era fasullo.
infilato da: bakan alle ore 22:12 | link | reazioni | commenti (8)
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giovedì, 25 ottobre 2007

ScarsaMente

Dopotutto e dopo tutto sei arrivata. Siamo passati da tua madre a salutare, eri stanca. Prima di andare le hai chiesto soldi e lei nemmeno ti ha risposto. Sdegnata, sei andata su tutte le furie e io lì ha guardare e non dire niente. Tua madre le prendeva e mi guardava, io ero più simile ad un attaccapanni che ad un uomo. La scena è durata parecchio, mi sono quasi annoiato e quando hai voluto almeno frugare nei suoi cassetti ho provato ad oppormi. Volevi picchiare anche me, ho dovuto assecondarti. Quando sei tanto stanca fai fatica a ragionare, si vede. Tua madre al piano terra non ha detto niente per parecchio. Ho creduto fosse morta, poi ho visto che respirava e ho chiamato un’ambulanza prima di andare. Fino a tarda sera nessuno ci ha avvertiti, poi tuo fratello ha bussato alla porta e proprio non sapeva come dirtelo. Queste lunghe attese mi snervano, così gli ho detto che lo sapevamo già.

“Ma come?” ha detto strabuzzando gli occhi e ha capito tutto quando ti ha vista scendere le scale con quella faccia da giovane marmotta delusa dal campeggio. Ha provato a fuggire, ma sei micidiale negli inseguimenti. E’ finito a terra con tutto il suo soprabito e con la sua leggera ventiquattrore. Aprendola ho scoperto che era la custodia del tuo portatile niente male. Peccato che con la botta sia andato a puttane.

Finiamo di cenare che è quasi mezzanotte e senza dire un parola ci laviamo i denti e andiamo a letto. Vorresti scoparmi, ma sono così stanco di mantenere promesse per oggi che non so nemmeno cosa sia un’erezione. Non è semplice lottare tra le lenzuola e le tette in quarta misura ti ostacolano. Posso finalmente guardarti dall’alto in basso solo dopo averti schiacciato l’abatjour sulla fronte e riflettere su quanto sei bella quando dormi e non mordi. Come i cani ti metto a nanna nel sottoscala e finisco di dormire in santa pace.

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venerdì, 12 ottobre 2007

Come, come? 2 di 2

Quando mia moglie entrò nella stanza vide suo marito rovistare nello sgabuzzino delle scope, lo sentii imprecare per non so quale battiscopa mal sistemato, lo vide buttare alle spalle un grosso pennello seccato e farsi passare tra le gambe un secchio macchiato di bianco, con dentro stracci che all’apparenza sembravano duri come il marmo.
Quando mia moglie entrò nella stanza vide anche una giovane donna rimettere in borsetta uno specchietto rotondo, la vide premere labbro contro labbro per omogeneizzare un rossetto favoloso, la vide strusciare fugacemente il dorso del piede sul polpaccio, non si sa se per rendere più lucida la scarpa o per togliersi un fastidioso prurito. Pensò che il gesto comunque era stato elegante.
Quando fui sicuro che ci avesse visti e scrutati per benino, riemersi da quel tugurio polveroso e senza luce per presentare l’ospite.
“Cara, ti presento Angela.”
Angela si voltò anticipandomi nella conclusione della frase. “Assicurazioni Riunite. Molto piacere, signora.”
Mia moglie lì per lì ci rimase male pensando a qualche cosa di più grosso, ma un certo settimo senso uterino le suggerì comunque la controdomanda dubbiosa.
“E quand’è arrivata? Non l’ho vista entrare.”
Angela aprì la sua bocca, che chissà cosa aveva contenuto di mio nella notte, in un maestoso sorriso ad aspirapolvere.
“Ma io l’ho vista uscire. Solo che era già di spalle e non ha risposto al mio saluto”.
“Oh” disse mia moglie, con un accento da orgasmo raggiunto. “Allora vi lascio parlare tranquilli”.
Angela le prese un braccio. “Ma no signora, veramente era con lei che volevo parlare” soffiò con un tono leggermente caricato ad erotismo.
“Come, come?” dissi io lasciando cadere il pennello a terra.
Le donne sparirono dalla mia vista, inglobate dagli arredi, secondo me demineralizzate da qualche alieno invisibile, oppure smaterializzate nel futuro da scienziati che non so. Scomparvero dalla mia vista, come nebulizzate, un cambio di latitudine in una frazione di secondo, spostamento spazio-temporale attivato, così, senza sperimentazione. Più semplicemente, è possibile che cambiarono stanza senza badarmi più.
Gli assicuratori hanno poteri strani, da cartomanti di vecchia data e lunga vita, con arti e mestieri imparati in anni ed anni di abbracci in osteria e proposte sottobanco per riprendersi quando bruciato in un incendio, magari doloso. Ma le assicuratrici…ah, le assicuratrici sono le sirene del ventunesimo secolo. Io, che avrei dovuto essere Ulisse, rimasi ad Itaca a picchiare il cane Argo perché continuava a pisciare sui fiori e a sorreggere la fronte di Telemaco, troppo ubriaco per fiocinare i Proci. Fu mia moglie invece a fuggire con una di loro, slegandosi dall’albero maestro e gettandosi in mare.
“Scoprirà così che, sotto sotto, la coda di pesce nasconde la sorpresa, forse non le spiacerà del tutto”. Scesi dallo sgabello sul quale ero salito per declamare l’ennesima idiozia della mattina e cercai dove diavolo fosse finito il pennello.
Va bene che eravamo una coppia aperta, ma qui si sfioravano i trecensosessanta gradi d’apertura angolare. Mentre dipingevo tiravo le somme, ragionando mentalmente su come cavolo la nostra famiglia fosse impostata. Io e lei per gli amici, tu ed io per noi due. Poi, un sottobosco di amici e amiche stretti, strettissimi. I soldi incollavano i nostri rapporti, numeri a sei zeri che a volte ci mandavano in vacanza assieme, ci mettevano assieme in un talamo a scopare e sniffare, ci inviavano cartelle esattoriali da dipanare con i rispettivi commercialisti.
Ci sentivamo tanto specchi della nostra società e questo ci piaceva un casino. Però con Angela tra i piedi e le gambe certi equilibri mi parevano essere andati a farsi benedire.
Quando rimisero piede nella stanza ero più bianco della neve, immolato alla pittura fresca. Mi dissero che somigliavo ad un pupazzo di neve, solo più carino.
“Grazie” risposi impressionato.
“Sai che ti aspettavamo di là? Poi, visto che non arrivavi ci siamo arrangiate da sole.”
“Come, come?” urlai caracollando sul pavimento ben protetto dal nylon.
Aveva ragione mia madre quando diceva che ero innamorato dei miei foruncoli. Talmente attaccato alla mia giovinezza da dimenticare le scadenze della crescita. Si vedeva anche da come ragionavamo io e mia moglie assieme. Il nostro rapporto era multistrato, funzionava su piani paralleli e sovrapposti, a volte intersecandosi in camera da letto. Però, per la maggior parte del tempo io restavo sulle mie, giocando all’eterno adolescente sempre in piena ormonale, con sbalzi di umore e poca lungimiranza.
Dopo che Angela se ne era andata eravamo rimasti a guardare il mio lavoro lasciato a metà, parete maculata di tintura lavabile, come le nostre due coscienze che si divertivano a dipingersi a vicenda. Sarebbe stato bello, in quel momento, prendersi a braccetto ed uscire in strada cantando come due matti, scalzi e senza cappello. La neve ci avrebbe benedetto o purificato, perché non sapevo se sentirmi colpevole o eletto.
Nel momento. Dopotutto solo e questo era ed è tuttora.
Cioè, avrei voglia di valorizzare il passaggio tra una cosa che faccio e l’altra. Esaltare, dandogli un nome, un’importanza strategica, il respiro che succede ad un episodio e che ne precede un altro. Perché è lì che stanno i tesori, ben nascosti negli anfratti. Così la gente va dritta nelle grotte, scava buchi nel terreno, raggiunge isole solcando migliaia di galloni di mare per poi non trovare niente. Perché la ricchezza messa via è stata riposta nella piega della terra, nel giro d’aria tra il bello ed il brutto tempo, tra un’onda e l’altra. Cara Angela, che se ti scuoiassi e ti appendessi al muro avrei la tua essenza sempre bene in vista, ma sarei un criminale. E non solo per l’omicidio commesso, ma perché di te avrei deturpato tutto. Lo so che non eri il mio tipo, avevi quel qualche cosa in più che mi intralciava nei movimenti eppure…eppure sei arrivata come una cometa sulla nostra terra, mia e di mia moglie, popolandola di una vita nuova.
In questi anni passati a raccontarmela tra una pinta e l’altra mi sono reso conto che di mio ci avevo messo ben poco allora, che dopo di te io e mia moglie trovammo un linguaggio comune fino ad allora inespresso. E anche se ora siamo separati, abbiamo vissuto per un poco un’altra vita felice, in una colonia oltre il mondo precedentemente abitato. Angela mia, Angela nostra, che sei stata custode di due vite in un colpo solo, trovai una piuma fuori casa quel giorno, sullo zerbino. Mi piace pensare fosse tua veramente.
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mercoledì, 10 ottobre 2007

Come, come? 1 di 2

Ci spiegammo certe cose, a letto, senza vestiti se non i calzini. Fuori nevicava e nessuno aveva pensato di accendere la stufa. Lo sapevamo, il dettaglio del cotone bianco sui nostri piedi stonava con la magia del momento, ma davvero si gelava lì dentro. La ragazza mosse un dito e io mi svegliai del tutto. Non ero sicuro di ricordare il suo nome, neppure l’esatto punto nella linea della vita che stabiliva il nostro incontro. Solo, l’avevo stesa a lato, dormiente e profumata di trapunta. Uscii zoppicando per colpa del pavimento gelato e andai in bagno. Mentre aspettavo che l’acqua andasse in temperatura mi guardai allo specchio. Un grosso graffio mi segnava da parte a parte, ma non bruciava. Ci misi un dito sopra, la pelle era scavata, ma non sanguinava più. Immaginai che il lenzuolo dovesse essere striato di rosso e mi dispiacque che lei dovesse accorgersene. Come me lo fossi provocato rimaneva un mistero. C’erano ancora un paio di cose che non ricordavo, ma che ero certo andassero riportate a galla. Ad esempio, quest’anello. Cristo! Ero sposato! Entrai in doccia cercando di raccattare le idee, ma sembrano scivolarmi come castagne dalle mani, poi urlai. L’acqua era bollente, una manata del diavolo sulla nuca. Mi divincolai dal getto, scivolando sul piatto della doccia. Come un castello di carte malfatto il box doccia si aprì di schianto, scoprendomi steso e sgraziato, con l’acqua che arrivava ovunque e una macchina sul vialetto. Avrei voluto morire, ma sarebbe stato così doloroso…

Tornando in camera decisi che avrei prima ammazzato la ragazza e poi mi sarei appeso al lampadario, perché mai avrei sopportato lo sguardo di mia moglie sulle mie nudità profanate da mani più giovani ed estranee. Sarebbe stato meglio ingoiare chiodi, varechina e cavolfiori piuttosto che sopportare gli eventi che subito mi avrebbero investito. Mi avvicinai al letto a grandi passi e le tolsi il lenzuolo di dosso con un’unica bracciata. Ero deciso a soffocarla con il cuscino.

Ehi! Come, come? Gridai, ma non a lei, piuttosto a me. Bellissima dall’ombelico in su ora mostrava tra le gambe l’equivalente del mio sesso, ma decisamente più grande. Una nuova parte di ricordi scivolò giù verso l’incavo del cervelletto e mi rividi al pub, ubriaco marcio accettare pastiglie da una sconosciuta. Era stato l’impulso della specie a farmi accettare la proposta, erano stati i suoi occhi e le sue gambe, ma perché nessuno degli altri avventori mi aveva avvertito?

Corsi alla porta a infilai la chiave dall’interno. Mia moglie avrebbe dovuto fare il giro della casa per bussare a quella sul retro. Ah signore, se solo fossi stato una specie di protozoo incapace ad agire, ad inanellare pensieri, azioni, movimenti, che a loro volta avrebbero generato altri pensieri, altre azioni, altri movimenti. Perché non vivere nell’immobilità delle cose, nella staticità magnifica della noia, nella chiarezza dello scontato?

Ma no, la morte mia e sua non sarebbe stata la soluzione migliore. Specie per me.

Abbracciai per l’ultima volta il suo corpo, sollevandolo sulla schiena e rabbrividendo al contatto con il suo scroto sulla spalla. Arrivando alla finestra più ampia della casa pensai che, gettandolo o gettandola dalla finestra, la neve forse avrebbe attutito la sua caduta.

Bussarono alla porta e mentre gridavo “arrivo!” il trans si svegliò sbadigliando. Mi cinse il collo più forte, sorridendo e baciandomi sul collo. Il suo tocco labiale mi fece allentare la presa e lo lasciai andare. Gridò e si appese al mio braccio, scivolando poi affondando le unghie nel telaio della finestra. Lasciai tutto come stava, correndo alla porta e pazzamente aprendo la casa a mia moglie. Finirò all’inferno, mi dissi, d’inverno all’inferno. Guarda tu come basta cambiare una consonante che anche il resto viene a mutare.

“Poeta del cazzo…” dissi a voce alta facendola entrare.

“Come, come?” disse lei, ovviamente.

Mi sentivo la pelle tesa, quella che tira quando una ferita si sta rimarginando. E a te verrebbe voglia di grattare e grattare, fino a farla sanguinare nuovamente. Quella sorta di dolore-piacere, che più te lo provochi e meglio stai, ecco tutto. Stampigliato in faccia il timbro della colpa, il datario del traditore, il bollo dell’allocco.

Entrò sbadigliando, gonna bianca fin sotto al ginocchio. Lo sapeva che certe lunghezze non mi piacevano, eppure non ascoltando la mia diffida si era vestita così. Si mise a gironzolare per la stanza, mi vide nudo, mi vide sfregiato e non disse niente.

“Ci sarebbe ridipingere la camera”

“Ma fuori nevica!”

“Ma certo, tu devi uscire?”

“No, però…”

“Però la camera fa schifo, scommetto che se ci vado ora trovo il letto ancora sfatto”. Mise la mano sulla maniglia.

“No!”

“Come, come?”

“Hai ragione, la camera è un disastro. Se mi lasci la giornata libera la ridipingo.”

“Bravo, io intanto faccio il giro della casa, voglio vedere quanti cani hanno già pisciato sui nostri vasi”.

Si spogliò davanti a me, per mettersi la tenuta da giardinaggio. Non sapevo se gironzolare e guardare, oppure mettermi al lavoro, ma lei non si rivestì subito. La guardai impressionato.

“Visto che la camera non è utilizzabile, che aspetti a servirti  il pasto in salotto, cowboy?” mi disse sorridendo.

Ed io, raccogliendo le idee troppo al volo mi preparai un tramezzino.

“Sei un coglione” mi disse.

“Come, come?” risposi con un baffo di maionese troppo evidente.

Ero troppo nervoso per funzionare bene. Abbandonato il tramezzino dentro al lavabo, immolato alla goccia che dal lavandino ostinatamente si faceva assorbire, mi ero gettato su mia moglie, ma alla fine, nonostante i suoi sforzi e le sue grazie, maldestramente avevo mirato male, sporcandole i vestiti sparsi e l’interno coscia.

“Ma che hai?” aveva borbottato.

“Del pollo nel forno ci sono rimaste solo le ossa, sembra una miniatura del Golden Gate Bridge, con quei nervetti in evidenza…”

“Stai cercando di dirmi qualche cosa?”

Mi portai alla finestra, con il naso appiccicato al vetro a guardare la neve in caduta libera.

“Se ti dicessi che c’è un trans appeso fuori dalla finestra della nostra camera, nudo e mezzo assiderato, mi crederesti?”

“No” disse secca.

“Bene!” esclamai. “Ora vai che c’è una cucina da ridipingere”.

Si vestì da giardiniere, indossando indumenti di tre taglie più larghi, affogando nel bavero di un pastrano che la rese più simile ad un cervo che a una donna con un orgasmo abbandonato a metà.

Uscì senza dire niente, poi ributtò dentro la testa di scatto “tu non stai bene” disse solamente e questa volta sparì sbattendo la porta.

Mi precipitai in camera e spalancai la finestra. Era ancora lì fuori. Tirai su quel corpo sbiadito dal gelo prima che mia moglie aggirasse la casa e lo vedesse.

“Tutto bene?” dissi. “Mi ricordi il tuo nome?”

“Angela” disse “ma non me l’avevi mai chiesto”.

Non ero convinto. Guardai il suo corpo tremare sempre di più, inadatto a certi sbalzi di temperatura e di umore. C’era nell’aria questa sorta di stravolgimento degli schemi, di incertezza della certezza e parlare non era più parlare, ma una sorta di wordy rappinghood per dirla alla maniera dei Tom Tom Club. Diavolo, guardare il corpo di Angela cercare una collocazione dentro casa mia era come cercare di ingoiare un kiwi con la buccia. Difficoltoso, ma curiosamente eccitante.

“Com’è che a te non rimpicciolisce quando fa freddo?”

Il trans mi guardò facendo sparire ogni traccia di umanità. “Come, come?” disse solamente.

So solo che ci rivestimmo assieme, Angela di spalle io a guardarle la schiena stranissima. La sua postura graziosa, i fianchi stretti e il sedere a mandolino, tutto perfetto. Ma poi, abbassandosi per calzare una gamba dei pantaloni ecco comparire il fardello dei maschi, impedibile bisaccia di cattivi pensieri, tartufo per cani speciali.

“Che lavoro fai?” mi chiese Angela.

“Il becchino, perché?” le risposi tirando la zip con forza. Dei peli ci rimasero incastrati e vidi le stesse.

“Ti è mai capitato di sotterrare uno narcolessico?”

“No” le dissi “ma una volta ho visto l’anima uscire da un corpo”. Ero sincero.

“Ma dai, non ci credo”. Angela, ora vestita, era un angelo. Ecco, forse, il motivo di tanta mia sincerità. Questa storia dell’anima non l’avevo raccontata nemmeno a mia moglie.

“Racconta…” mi disse e prendendo la borsetta si sedette al tavolo. Guardai fuori mia moglie rovistare tra i vasi e scovare un gatto randagio. Con una palata lo fece volare in strada. Sfilato da due auto in corsa, finì nel canale che correva parallelo all’asfalto.

“Quel tizio stava lì da tre giorni, era morto d’infarto, ma la famiglia era lontana e perciò dovettero aspettare più del solito per seppellirlo. Quando venne il momento toccò a me vestirlo. Lo misi steso sul tavolaccio di alluminio e mentre cercavo di infilargli la camicia mi sembrò di sentirgli vibrare il petto. Feci un salto all’indietro, mollandogli la testa. Prese una capocciata stendendosi sul tavolo, ma poi più niente. Poi, come quando il calore della strada d’estate fa vibrare l’aria, vidi questo sbuffo uscire dal naso. Una cosa quasi invisibile, ma sono sicuro di averlo visto. Un getto lento, che modificava gli oggetti in controluce. Uscì da lui e andò verso l’alto, ma non fece in tempo a raggiungere il soffitto. Sparì prima e senza rumore.”

“E come sai che era l’anima?” disse Angela ridacchiando.

Feci spallucce e mi voltai nuovamente verso mia moglie. Ero talmente sicuro che fosse stata l’anima del morto quella, che non avevo mai pensato ad altro. Ora qualcuno metteva in dubbio questa teoria e quasi mi dispiaceva averla condivisa. Mia moglie non era più in vista, sentii sbattere gli stivali sul muro esterno della casa, aveva deciso di rientrare.

“Mi presenti tua moglie?” Angela spulciando nella sua borsa e estraendo uno specchietto.

“Come, come?” dissi sgranando gli occhi.

infilato da: bakan alle ore 14:48 | link | reazioni | commenti (4)
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